Un po' psicologi, un po' indovini: cosa significa guidare un bus a Trieste

Questa intervista è stata realizzata alla fine di febbraio 2020. L'abbiamo voluta riproporre qui perché dà un messaggio positivo e di grande bellezza a chi fa questo mestiere e, soprattutto, alle tante persone che quotidianamente usano i nostri autobus.

Pazienza, tanta. Equilibrio e moderazione. Capacità d’ascolto, attenzione e cortesia, infinite. Due generazioni distanti negli anni e nello spazio. Diversi linguaggi, diversi approcci, diverse storie e abitudini, ma lo stesso atteggiamento verso la clientela e verso una professione, quella del conducente di autobus, che non è solo fare la spola tra un capolinea e l’altro ma è molto di più. Luigi Boscolo ha 62 anni ed è in pensione da settembre 2020: è stato per 35 anni in Trieste Trasporti e ne ha trascorsi 10 a insegnare ai giovani autisti a destreggiarsi nel traffico, a rapportarsi con i passeggeri, a prevenire i pericoli della strada. Alessio Gordiani, che di anni ne ha 33, è un infermiere laureato di Roma trasferitosi a Trieste per lavorare: oggi fa il conducente e dedica ai passeggeri le stesse attenzioni che una volta dedicava ai suoi pazienti. In questa intervista li abbiamo messi uno di fronte all’altro.

Guidare un autobus non è come guidare un’automobile: allo stress fisico e mentale della guida si aggiunge l’inevitabilità del confronto quotidiano con la clientela e l’energia richiesta è sempre tanta.

Luigi: «Chi guida l’autobus non è solo un autista. È uno psicologo, un profondo conoscitore della città, un consulente. È una persona di cui i clienti si fidano e a cui i clienti chiedono consigli, indicazioni, rassicurazioni. È una persona che deve saper sorridere e ascoltare, ma senza mai rinunciare all’autorevolezza del ruolo. Questo è un lavoro che va vissuto, sentito. Non è un mestiere di cui potersi accontentare: ci è richiesto uno sforzo in più ed è uno sforzo che deve necessariamente venire da ciascuno di noi».

Alessio: «La prima consapevolezza che dobbiamo avere è che il nostro è un servizio pubblico: come dice la parola stessa, siamo al servizio della città, del territorio. Le persone dobbiamo saperle ascoltare e a volte, per farlo, serve tanta pazienza. Ogni situazione è diversa e va letta, interpretata in base alle persone con cui ci si confronta: a volte il cliente si aspetta da noi una battuta, altre volte un sorriso, altre volte ancora una risposta seria e qualificata e spesso è solo in cerca di qualcuno con cui parlare. Su molte linee, per esempio, le facce sono sempre le stesse, ma nonostante questo ogni giorno ci viene chiesto l’orario di partenza, magari da persone che l’orario lo conoscono meglio di noi. L’autobus diventa un momento di socialità: anche questo fa parte della nostra professione e della nostra quotidianità».

Poi c’è la strada. Il traffico, i pedoni che non rispettano le regole, la necessità di mantenere sempre alta l’attenzione, anche quando la stanchezza rema contro.

Luigi: «È probabilmente la parte più difficile del nostro lavoro. La strada è piena di insidie e pericoli e noi dobbiamo non solo essere in grado di evitarli, ma soprattutto di prevenirli. Non sempre possiamo purtroppo anticipare le imprudenze altrui, ma l’esperienza ci viene in soccorso, ci aiuta a capire quando un pedone sta attraversando con il semaforo rosso o quando un’automobile sta provando a sorpassarci a destra. Chi sta in strada tende a non avere la percezione di che cosa significhi guidare un autobus: fermare o manovrare un mezzo da 12 o 18 metri non è come fermare un ciclomotore e quando ci si va a sbattere, l’impatto è con una massa di 20-25 tonnellate. L’effetto può essere devastante».

Alessio: «Capire, anticipare il pedone è sicuramente ciò che richiede le energie mentali maggiori. I pedoni sono spesso indisciplinati, distratti e quando sbagliano, raramente ammettono. Dopo una giornata di guida, e decine di episodi critici, la stanchezza è davvero tanta e tenere alta la concentrazione non è facile. Ma quando siamo al volante non sono ammesse distrazioni né cali di tensione, perché anche la distrazione più banale può essere fatale. Fare questo mestiere mi ha insegnato molto, anche a essere più attento e rispettoso delle regole quando sono dall’altra  parte della barricata, quando passeggio o guido l’automobile».

Chi è il cliente?

Alessio: «Il cliente fa parte dell’azienda, è la ragione stessa del nostro lavoro. Lo portiamo a scuola, in ufficio, in palestra, a fare shopping. Il cliente fa reclami e complimenti, domande e segnalazioni, e mette nelle nostre mani un pezzo importante della sua vita. L’età media a Trieste è piuttosto alta e questo ovviamente non rende più facile il nostro mestiere. Quando a bordo ci sono clienti anziani dobbiamo fare attenzione a partire senza scatti e a frenare più dolcemente, e dobbiamo essere pazienti perché una persona di 70 anni non ha i tempi di reazione e la stabilità di uno studente, e anche durante le fasi di salita o discesa aprire o chiudere una porta non è mai, semplicemente, aprire e chiudere una porta».

Luigi: «Il cliente è principalmente colui che ci paga lo stipendio e di questo occorre avere piena consapevolezza. Dobbiamo imparare a trattare ogni cliente come se fosse l’unico. Il nostro è un lavoro di grande responsabilità perché, come notava Alessio, le persone si fidano di noi, scelgono i nostri autobus per muoversi da una parte all’altra della città e muoversi oggi significa vivere. Mi piacerebbe che ci fosse maggiore empatia con il territorio, che il territorio ci sentisse più vicini e percepisse le difficoltà della nostra professione: l’azienda è Trieste, e Trieste è l’azienda, giochiamo tutti nella stessa metà campo, e mi dispiace quando si verificano episodi che danno la sensazione che non sia così. A volte capita di scontrarsi con i clienti per fatti irragionevoli, penso per esempio a chi sale sull’autobus sbagliato e poi ci rimprovera di aver modificato in corsa il numero di linea. O a chi se la prende con noi se dedichiamo tempo o maggiori attenzioni a una persona in carrozzina. Sono episodi che fanno male, fanno male proprio perché crediamo nella nostra professione».

Com’è cambiato il trasporto pubblico negli ultimi decenni?

Luigi: «Il trasporto pubblico non è una cosa separata e diversa dal resto del mondo. Oggi tutto corre più velocemente di una volta e anche nel nostro settore i ritmi sono cambiati. La gente ha fretta, non ha pazienza e spesso, invece di confrontarsi e dialogare, preferisce metterci all’indice sui social network. Quando dico che serve maggiore empatia con il territorio, mi riferisco anche a questo».

La linea preferita e quella meno amata?

Alessio: «La linea 48 fra largo Barriera Vecchia e Cattinara è senza dubbio quella che amo di più: si incontrano sempre le stesse persone e si ha la sensazione di vivere in un micromondo di quiete, serenità. La linea 3 fra Conconello e piazza della Libertà è invece quella che svolgo meno volentieri: ci sono incroci pericolosi e le strade sono molto strette e, soprattutto, è una linea dove le persone con disabilità in carrozzina fanno fatica ad avere accesso al servizio. Sono tante a Trieste le fermate che non sono idonee alla salita e alla discesa delle carrozzine e questo non è degno di una città bella e civile come Trieste. Se penso a quello che facciamo, credo che questo sia il mio unico rammarico».

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